Il libro di Amerigo ha fatto rivivere momenti e
ricordi di uno spaccato popolare a molti francavillesi. Molti nostri
concittadini mi chiamano, mi fermano per strada, con entusiasmo, mi
testimoniano che hanno avuto piacere di leggere il libro e che sono stati
rapiti dai racconti, dalle esperienze positive che in questo paese sono nate,
dai personaggi descritti e menzionati. Mi chiedono dell'autore, di come è nato
questo lavoro, se possono avere copia da girare ad amici e parenti, insomma
incasso una serie di considerazioni positive su una pubblicazione imprevista ma
che tutti aspettavano per poter parlare di quegli anni, di quei fatti e di quei
personaggi cosi semplicemente descritti. Certamente non è la storia completa di
quegli anni e nemmeno ha la pretesa di esserlo, non è questo l'intento dell’autore
credo. Sono racconti, ricordi, testimonianze di momenti di aggregazione sociale
che i francavillesi hanno saputo vivere a dispetto delle tante contraddizioni
attraversate dalla nostra piccola comunità. Sono stato colpito particolarmente
dalle considerazioni di due miei cari amici. Uno mi riferisce che secondo lui,
senza fare torti a nessuno, è stato, senza pretese, il libro scritto su
francavilla più bello e piacevole da leggere. L'altro quasi con gli occhi lucidi
riscontra il ricordo di una persona a lui molto cara, che alla nostra comunità
ha dedicato il suo lavoro e che pensava fosse dimenticata. Una signora,
scambiandomi per l'autore mi chiama dal balcone e mi dice: “a cumparucciu ma
tutti chijri cuosi, fatti, persuni, duva i trovastuvu mi scriviti, mi staju
scialandu mu mi lieju e mu mi arricuordu”. Un'altra carissima e distinta
signora mi incarica di portare i saluti all’autore complimentandosi e asserendo
che immergendosi nella piacevole lettura del libro ha rivissuto momenti bellissimi
di quegli anni favolosi. Un simpatico particolare voglio raccontare che non è
stato inserito nel libro e che riguarda noi ragazzini di dieci - docici anni
verso la fine dell’esperienza PSIUP. Ricordo che andavamo pure noi nella
sezione, il pomeriggio, a giocare al famoso biliardino, spesso senza soldi
utilizzando l’altrettanto famoso “ferruzzu”, il filo di ferro ad uncino, al
posto dei gettoni. Avevamo una paura pazzesca di Ciccio Russo perchè già una
volta ci aveva beccato con il ferretto in mano e se ci ripescava erano calci
nel sedere per tutti. E ricordo ancora quel flipper con a tema le carte di
scala che dava palline bonus tirando pugni a ripetizioni sul monitor. Anche li
con la paura di essere sorpresi dal solito Ciccio Russo: era il nostro terrore.
Walter Fiumara
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