Se dovessi esprimere con qualche parola soltanto il mio giudizio
sul libro “Francavilla prima e dopo (’50-79)” di Amerigo Fiumara, direi
che è un libro molto bello e importante.
Ho appena terminato di leggerlo, se pure, a causa di un impegno
di lavoro più urgente, mi ero ripromesso d’iniziarne la lettura per
completarla in uno dei giorni successivi. Ma le prime pagine mi hanno
legato sino all’ultima parola in questo pomeriggio d’una domenica di
metà novembre.
E’ un libro, infatti, che si legge tutto d’un fiato, perché
prende il lettore e lo fa ritrovare in quel di Francavilla, rappresentando in
maniera quanto mai efficace, fin quasi a farla vedere, la realtà di questo
piccolo comune calabrese nei più diversi aspetti e nell’evolversi del
tempo: dagli scolari in grembiule nero che frequentano la scuola non in
un apposito edificio ma “in stanze di case private, per lo più poste a
pian terreno, senza servizi igienici e neppure attaccapanni”,
rigorosamente distinti tra maschietti e femminucce cui insegnavano,
rispettivamente, maestri e maestre, ai punti di aggregazione, il bar
Barbina e il bar Carchedi, frequentati il primo da “professionisti” e il
secondo da “lavoratori” in un ambiente “ove già esisteva una divisione
netta di carattere politico, se così si può dire”, chiarisce l’Autore.
Perché, in quel di Francavilla, le contrapposizioni tra i due schieramenti
politici – coloro che stavano col sindaco del tempo e quelli ch’erano
contro – non impedivano che nei reciproci rapporti la solidarietà
prevalesse. Una solidarietà – che oggettivamente v’era e Amerigo
evidenzia con orgoglio – soprattutto tra i lavoratori che nel 1950 danno
vita alla Cooperativa Edilizia di Francavilla aprendo numerosi cantieri in
diversi comuni della provincia realizzando case che “dopo oltre 60 anni
stanno ancora in piedi e sono regolarmente abitate dagli assegnatari o
dai loro eredi”. Una solidarietà mista a spirito di libertà che induce quel
gruppo di persone che abitualmente frequentava il bar Barbina ed era
“stanco di attenersi alle rigide regole del proprietario, che a mezzanotte
chiudeva ed esigeva la relativa consumazione da chi giocava a carte o
guardava la tv”, a “fondare un circolo ricreativo ove riunirsi per
discutere, guardare la tv in compagnia, giocare a dama e carte fino a
tarda ora, senza limiti di orario”. Una solidarietà che si manifesta anche
in quel “prestare” la bicicletta dai pochi fortunati che l’avevano ai propri
compagni “per farsi dei giri ed impararla bene”. Una solidarietà mista a
intraprendenza che nel 1963 induce Amerigo a tirar fuori i soldi che
aveva ricavati – lui li chiama “risparmi” se pure ammette che la vendita
era avvenuta “all’insaputa” dei suoi – vendendo polli del pollaio di
famiglia, per comprare le magliette da calciatori ai ragazzi che “si
accingevano a costruire una vera e propria squadra di calcio”. Una
solidarietà carica di passione civile che, agli albori del 1964, porta
Amerigo a dar vita a quella che lui chiama “l’avventura del P.S.I.U.P. di
Francavilla”, arredandone la sede con una scrivania e due banchi
regalatigli dagli zii Orazio e Quintino e con un televisore “di circa un
metro cubo di volume” prelevato da casa dei nonni “tra la benevola
tolleranza del nonno Foca, pure democristiano, e l’infuocata incazzatura
di nonna Nicolina”.
Attraverso i pochi e brevi richiami che precedono, spero d’aver
reso l’idea di quanto il libro di Amerigo sia capace di “prendere” il lettore
tenendolo incollato alla rappresentazione d’una realtà nel suo evolversi
– o, a me pare, involversi – nell’arco di un trentennio.
Una rappresentazione che dà senso e attribuisce funzione al
libro già nella misura in cui aiuta a conoscere una realtà locale che fu
in tempi non lontanissimi, ma che tali appaiono alla luce del presente.
Per raffrontarla con la realtà attuale allo scopo di recuperare valori
che furono e oggi più non si ritrovano se pur restano valori senza cui
è l’individuo stesso a perdere di valore: penso alla solidarietà e alla
passione civile, soprattutto.
Una rappresentazione che dà ancor più senso e ancor più
rilevante funzione attribuisce al libro nella misura in cui la realtà che ne
è oggetto, dichiaratamente una realtà locale, finisce col coincidere, per
ciò che più non ha, con la realtà del Paese intero.
Un libro che, facendo conoscere, aiuta a riflettere, quello di
Amerigo Fiumara.
Un libro che meriterebbe d’essere diffuso, tra i ragazzi, i giovani
soprattutto. Perché sappiano che vi fu un tempo in cui si credette in
qualcosa e ci si impegnò per ciò in cui si credette. Che vi fu un tempo in
cui non erano i pigmei a proiettare le ombre. Come oggi è.
Roma, 17 novembre 2013
Giuseppe Pititto
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