Caro Amerigo,
arrivo buon ultimo a commentare
il tuo lavoro, e me ne dispiaccio profondamente. Ho dovuto cestinare gli
appunti che m’ero fatto man mano leggevo, perché nelle recesioni li ho poi
trovati egregiamente sviluppati, persino talvolta con parole identiche alle mie
(un esempio: “tensione etica”, che ritrovo nel commento di Franco Mellea). Per
evitare inutili ripetizioni mi è quindi venuto in mente di fare un
metacommento, cioè un commento dei
commenti.
Devo complimentarmi con te per la
fitta rete di conoscenze ed amicizie che ha risposto al tuo appello, e che si è
espressa con così grandi capacità analitiche
e critiche. Il rischio poteva essere quello di scadere nell’oleografico, ma ciò
non è affatto avvenuto. Anzi, accanto a giustificatissime attestazioni di
sintonia, di elogio e di affetto, che peraltro condivido perfettamente,
compaiono puntuali le evidenziazioni di alcune imperfezioni. Sono queste che
vorrei a mia volta commentare.
Cominciamo dal titolo: può essere
certo improprio, fuorviante, o quant’altro. Ma quando si “penetra” il libro si
capisce bene che inserendo all’inizio del titolo “Il PSIUP” hai solo voluto
fare un’appassionata dichiarazione d’amore per il periodo della tua vita in cui
la tua mente, il tuo cuore e la tua anima hanno raggiunto il picco della tua
espressione esistenziale.
Riguardo alla non “letterarietà”
del lavoro: mi sembra lapalissiano il fatto che tu sia un ingegnere, non un
letterato, né uno storico, né un sociologo. Ma sei stato un cronista lucido,
onesto, affettuoso. Autentico!
La minuziosità, gli elenchi (che
qualcuno ha definito aridi) di nomi e cose: devo dire che anche a me all’inizio
era venuta in mente l’Encyclopédie di settecentesca memoria. Ma nel
prosieguo della lettura ho capito che era come se fossimo tutti intorno a un
tavolo e che tu raccontassi: “mi ricuordu, c’era Vitu, Pinu,…”. Citare
tutto e tutti era dimostrare (con un implicito sorriso) quanto vivida era la
tua memoria, e, oltretutto, guai se tu avessi taciuto un particolare, o avessi
dimenticato qualcuno: non ti sarebbe stato perdonato. Infatti la tua è una
storia di Francavilla per francavillesi, per cui hai fatto accomodare al tavolo
quante più persone hai potuto, e li hai riportati nelle storie, negli ambienti,
nelle atmosfere.
Da ultimo, concordo con chi
raffrontando l’anima di quei decenni al grigiore (addirittura il
“nulla”, si è detto) dei nostri giorni prova molta amarezza, ma non possiamo
dire che alla fine non si sia ottenuto alcunché: almeno gli attaccapanni in
classe per i soli figli dei “signori” non si vedono più….
Grazie, Amerigo, per questo
prezioso racconto che mi ha svelato una Francavilla che non conoscevo. Un
compaesano appassionato come te accresce il mio orgoglio di essere
francavillese.
Antonio Giancotti (di Foca)
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